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Dashboard marketing: KPI minimi per capire cosa funziona davvero

Le dashboard con quaranta grafici non le guarda nessuno. Sette numeri, una volta al mese, bastano a decidere dove mettere il budget del mese dopo.

Quasi tutte le dashboard che ci capita di vedere hanno lo stesso problema: mostrano ciò che gli strumenti sanno misurare, non ciò che serve a decidere. Sono piene di visualizzazioni e copertura, e non contengono il numero che il titolare vuole davvero sapere, cioè quanto costa portare a casa un cliente.

I sette numeri che bastano

IndicatoreDove si prendeCosa dice
Richieste totaliRegistro internoSe il flusso c'è
Richieste per canaleRegistro più parametri nei linkCosa sta funzionando
Costo per richiestaSpesa diviso richiesteEfficienza dell'investimento
Richieste qualificateVerifica commercialeQualità, non quantità
Tasso di chiusuraCommercialeSe il problema e a monte o a valle
Valore medio contrattoAmministrazioneQuanto può costare un cliente
Tempo di rispostaRegistroLa leva più economica

Da questi sette si ricava tutto il resto, compreso il costo di acquisizione di un cliente, che è il numero su cui si decide davvero il budget.

Perché il tempo di risposta sta fra i KPI

Perché è l'unico che potete cambiare domani mattina senza spendere un euro, e perché incide in modo sproporzionato sul tasso di chiusura. Chi risponde in un'ora parla con persone che stanno ancora cercando; chi risponde in due giorni parla con persone che hanno già chiamato altri.

Va misurato sul primo contatto utile, non sulla presa in carico. Un messaggio automatico non è una risposta.

Il registro delle richieste. Cinque colonne: data, canale, cosa chiedeva, qualificata si o no, esito. Compilato per tre mesi, dice cose che nessuna piattaforma pubblicitaria può sapere, perché include telefonate e passaparola. Nelle PMI locali quelle due voci pesano spesso più di tutto il digitale messo insieme.

I numeri che si possono ignorare

Copertura, impression e follower servono a capire se un contenuto ha circolato, non se il marketing funziona. Vanno guardati quando si diagnostica un problema specifico, non messi in prima pagina in un rapporto mensile: occupano lo spazio dei numeri che decidono.

Stessa cosa per il tasso di apertura delle mail preso da solo, e per il posizionamento su singole parole chiave. Sono diagnostica, non risultato.

Il ritmo giusto

Una volta al mese, mezz'ora, tre persone: chi fa marketing, chi risponde alle richieste, chi decide il budget. Si guardano i sette numeri, si confrontano con il mese prima, e si prende una decisione sola per il mese successivo.

Una decisione, non cinque. Cambiare più cose insieme rende impossibile capire quale abbia funzionato, ed è il motivo per cui molte aziende dopo due anni di attività non sanno ancora dire cosa porti i loro clienti.

Quando conviene automatizzare la raccolta

Quando compilare il registro costa più di mezz'ora al mese, o quando i dati arrivano da più di tre fonti diverse. Prima di quel punto, l'automazione aggiunge complessità senza aggiungere informazione, e il foglio compilato a mano ha un vantaggio che nessuna dashboard replica: obbliga qualcuno a guardare i dati mentre li scrive.

Domande che ci fanno sempre

Ogni quanto vanno guardati?

Una volta al mese per decidere, una volta a settimana solo per accorgersi di guasti evidenti. Guardare i dati ogni giorno porta a reagire al rumore.

Serve uno strumento a pagamento?

Nella maggior parte dei casi no. Un foglio con sette righe compilato ogni mese è più utile di una dashboard automatica che nessuno commenta.

Da dove prendo il tasso di chiusura?

Da chi risponde alle richieste. È l'unico dato che non sta in nessuna piattaforma e che deve essere registrato a mano: senza, tutti gli altri numeri restano parziali.

Scritto dal team Benhanced Aggiornato il

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