L’articolo in 3 domande
Posso usare il mio profilo personale per gestirla?
Serve un profilo personale come identità di accesso, ma la pagina deve appartenere a un portafoglio aziendale. La differenza si sente il giorno in cui quella persona cambia lavoro.
Serve pubblicare ogni giorno?
No. Serve pubblicare abbastanza da non sembrare abbandonati e rispondere ai messaggi in fretta. Due contenuti a settimana fatti bene valgono più di sette riempitivi.
La pagina serve anche se non facciamo campagne?
Si, come punto di verifica. Molte persone controllano se una pagina esiste e se è viva prima di contattare un'azienda che non conoscono. Una pagina ferma da due anni comunica qualcosa, e non è una cosa buona.
La pagina Facebook aziendale è quasi sempre nata per caso: l'ha aperta qualcuno con il proprio profilo, anni fa, e da allora funziona finché funziona. Il conto arriva quando serve fare pubblicità, collegare Instagram o dare accesso a un'agenzia, e si scopre che la struttura sotto non regge.
Proprietà e ruoli, prima di tutto il resto
La pagina deve stare dentro un portafoglio aziendale intestato alla società, non nelle mani di una persona. Ogni collaboratore accede con il proprio profilo e con un ruolo assegnato, e quando smette di lavorare con voi gli si toglie l'accesso senza toccare nient'altro.
I ruoli vanno dati al livello minimo utile. Chi pubblica non ha bisogno di gestire i pagamenti, e chi gestisce i pagamenti spesso non pubblica. La regola vale anche per l'agenzia esterna: riceve accesso, non proprietà.
Il controllo da fare oggi. Aprite le impostazioni della pagina e guardate l'elenco delle persone con accesso. Se c'è anche un solo nome di qualcuno che non lavora più con voi, o se l'unico amministratore è un ex dipendente, avete un problema che vale la pena risolvere prima di qualsiasi campagna.
Le informazioni che le persone cercano davvero
Le pagine aziendali si somigliano tutte nella parte inutile e si differenziano in quella che serve. Le informazioni che le persone aprono per prime sono sempre le stesse: cosa fate, dove siete, quando siete aperti, come vi si contatta.
- Nome uguale a quello che usate ovunque, senza aggiunte di parole chiave.
- Categoria corretta, perché influenza cosa Meta mostra e quali pulsanti offre.
- Indirizzo e orari aggiornati, identici a quelli sulla scheda Google.
- Telefono, sito e WhatsApp, con il pulsante di azione impostato sul canale su cui rispondete davvero.
- Descrizione in due frasi che dicono cosa fate e per chi.
La coerenza fra pagina Facebook, scheda Google e sito non è pignoleria: nome, indirizzo e telefono identici ovunque sono uno dei segnali che alimentano la fiducia sia delle persone sia degli algoritmi.
Immagini: due formati, un messaggio
La foto profilo viene vista quasi sempre piccola e rotonda: se è il logo intero con il payoff, non si legge nulla. Meglio il simbolo o la parte leggibile del marchio. La copertina invece ha spazio, e va usata per una cosa sola: il vostro lavoro, non un collage.
Messaggi: la parte che genera contatti
Molte richieste arrivano in chat, e la velocità di risposta è visibile pubblicamente. Impostare una risposta automatica che dice quando risponderete davvero e onesto e utile; impostarne una che finge una conversazione lo è molto meno.
Se rispondere entro poche ore non è sostenibile, conviene spostare esplicitamente il contatto su WhatsApp o telefono, indicandolo nella risposta automatica e nel pulsante della pagina.
Preparare la pagina alle campagne
Anche senza pubblicità immediata, tre cose vanno fatte subito perché dopo diventano ostacoli: la pagina dentro il portafoglio aziendale, il dominio del sito verificato, e il collegamento con l'account Instagram fatto dal portafoglio e non dall'app.
Sono mezz'ora di lavoro che evita giorni di blocchi quando c'è fretta di partire con una campagna.
Scritto dal team Benhanced Aggiornato il
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